Letture:
Isaia 45,1.4-6 Ho preso Ciro per la destra per abbattere davanti a lui le nazioni.
Salmo 95 Grande è il Signore e degno di ogni lode.
1Tessalonicesi 1,1-5 Mèmori della vostra fede, della carità e della speranza.
Matteo 22,15-21 Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
«Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»
Fratelli e sorelle carissimi,
il Vangelo di oggi ci consegna una parola di Gesù che interpella profondamente la nostra coscienza di cristiani e di cittadini: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Con queste parole, Gesù ci insegna che la fede non ci allontana dalla società, dai nostri doveri civici e dalle responsabilità verso gli altri. Al contrario, quando Dio è veramente al centro della vita, anche i nostri doveri sociali vengono illuminati e diventano un servizio al bene comune.
I farisei vogliono mettere Gesù in difficoltà, chiedendogli se sia lecito pagare il tributo a Cesare. Ma Gesù va oltre la loro provocazione e ci invita a comprendere che ciascuno ha le proprie responsabilità. Dare a Cesare ciò che è di Cesare significa essere cittadini onesti, rispettare le leggi giuste, pagare le tasse dovute, compiere con serietà il proprio lavoro e contribuire alla costruzione di una società più giusta.
Essere cristiani, infatti, non significa soltanto pregare, partecipare alla Messa o conoscere le verità della fede. Significa anche vivere con onestà, rispettare gli altri, rifiutare la corruzione, non approfittare della debolezza altrui e non cercare sempre una scorciatoia per il proprio interesse.
Non possiamo chiedere giustizia a Dio e poi praticare l’ingiustizia nella vita quotidiana. Non possiamo lodare il Signore con le labbra e tradirlo con i nostri comportamenti.
La fede autentica non ci sottrae ai doveri civici, ma ci aiuta a viverli con coscienza, responsabilità e amore.
Ma Gesù aggiunge: «E a Dio quello che è di Dio». E qui troviamo il cuore del suo insegnamento. Se la moneta porta l’immagine di Cesare, l’uomo porta in sé l’immagine di Dio. Ogni persona, quindi, possiede una dignità che non può essere calpestata, comprata o sacrificata agli interessi economici e politici.
Dare a Dio ciò che è di Dio significa riconoscerlo come Signore della nostra vita, adorarlo, lodarlo e rendergli gloria non soltanto con le parole, ma con le nostre scelte quotidiane. Significa non fare del denaro, del potere, del successo e dell’interesse personale i nostri idoli.
Quando Dio è al centro, impariamo a guardare l’uomo con occhi diversi: il povero non è un peso, il debole non è uno scarto, il lavoratore non è uno strumento, l’anziano non è un problema e lo straniero non è soltanto qualcuno da cui difenderci. Ogni persona è un fratello, una sorella, una creatura amata da Dio.
Ecco perché dobbiamo riflettere su una questione importante: non possiamo pensare di promuovere autenticamente l’uomo emarginando Dio dalla nostra vita e dalla nostra coscienza. Se perdiamo ogni riferimento alla verità, alla giustizia e alla dignità umana, rischiamo di costruire una società in cui prevalgono gli interessi dei più forti, il profitto diventa più importante della persona e l’egoismo soffoca la solidarietà.
Una società che vuole mettere l’uomo al centro, ma dimentica Dio, rischia paradossalmente di diventare disumana. Può trasformarsi in un inferno terreno, dove ciascuno pensa a se stesso, la coscienza viene messa a tacere e il più debole viene abbandonato.
Questo non significa che chi non crede non possa essere onesto e generoso, né che basti dichiararsi cristiani per esserlo davvero. Significa che noi credenti siamo chiamati a testimoniare come la fede, vissuta sinceramente, possa diventare una forza di giustizia, di fraternità e di rinnovamento sociale.
Non dobbiamo scegliere tra Dio e l’uomo: dobbiamo mettere Dio al centro per imparare ad amare l’uomo nella sua vera dignità.
Quando adoriamo Dio con sincerità, impariamo a non adorare noi stessi. Quando riconosciamo la sua gloria, comprendiamo che la nostra vita non è fatta soltanto per accumulare ricchezze, conquistare potere o difendere privilegi, ma per amare e servire.
La preghiera, dunque, non ci allontana dalle responsabilità: ci rende più responsabili. L’Eucaristia che celebriamo deve tradursi in gesti concreti di onestà, rispetto, solidarietà e giustizia. Non avrebbe senso inginocchiarsi davanti al Signore e poi calpestare la dignità di un fratello.
Fratelli e sorelle, chiediamoci allora se la nostra fede illumina davvero il nostro modo di lavorare, di amministrare i beni, di rispettare le regole e di trattare le persone. La conversione della società comincia anche dalla conversione del nostro cuore.
Chiediamo al Signore di renderci cristiani autentici e cittadini responsabili, persone che sanno dare a ciascuno ciò che gli spetta e che non dimenticano mai che tutto, in definitiva, appartiene a Dio.
A Cesare rendiamo ciò che riguarda i nostri doveri civici; a Dio rendiamo il nostro cuore, la nostra adorazione e tutta la nostra vita.
E rendiamo gloria a Dio soprattutto attraverso una vita onesta, perché quando Dio è veramente al centro, l’uomo non viene dimenticato, ma riconosciuto, rispettato e amato.
La più bella lode che possiamo offrire al Signore è una società più giusta, più fraterna e più umana, costruita ogni giorno attraverso la fedeltà al Vangelo.
Amen.
