Letture: Siracide 24,1-4.8-12; Efesini 1,3-6.15-18; Giovanni 1,1-18
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
Questa frase, che forse abbiamo ascoltato tante volte, è il cuore luminoso di questa domenica. Dopo il Natale, la Chiesa non ci porta subito lontano dalla mangiatoia: ci invita piuttosto a entrarci più a fondo, a comprendere che cosa significhi davvero che Dio ha scelto di stare con noi.
Il Vangelo di Giovanni ci porta all’inizio di tutto: “In principio era il Verbo”. Prima di ogni cosa, prima della storia, prima persino delle nostre domande e delle nostre fatiche, c’è Dio che è relazione, Parola, vita. E questa Parola non è rimasta lontana, non è rimasta chiusa nel cielo. Giovanni lo dice con una forza disarmante: “il Verbo si fece carne”. Non apparenza, non simbolo, non idea: carne, fragilità, quotidianità. Dio ha scelto la nostra condizione, ha scelto di abitare la nostra storia.
Questa stessa immagine ci aiuta a capire la prima lettura, dal libro del Siracide. La Sapienza di Dio dice: “Ho posto la mia dimora in mezzo al popolo”, “ho piantato la mia tenda”. È un linguaggio bellissimo: Dio non costruisce un palazzo irraggiungibile, ma una tenda, come nel deserto. Una dimora mobile, vicina, che accompagna il cammino. È il Dio che cammina con il suo popolo, che condivide la strada, le soste, le stanchezze. In Gesù, quella tenda diventa definitiva: Dio non solo visita l’uomo, ma vive con lui.
Eppure il Vangelo non nasconde una verità amara: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. La vicinanza di Dio non è sempre riconosciuta. Dio si fa vicino, ma non si impone. Entra nella nostra vita con delicatezza, chiede spazio, attende una risposta. Natale non è solo il racconto di una nascita, ma la domanda che ci viene rivolta: c’è posto per Dio nella mia vita?
A chi però lo accoglie, dice Giovanni, “ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Ed è qui che risuona con forza la seconda lettura, dalla Lettera agli Efesini. Paolo ci ricorda che siamo stati benedetti, scelti, amati prima ancora di meritarlo, chiamati a vivere da figli, non da estranei. Un Dio vicino non ci rende solo consolati, ma trasformati: ci dona uno sguardo nuovo, un cuore capace di speranza, una vita illuminata dall’interno. Chiede per noi “uno spirito di sapienza e di rivelazione”, perché possiamo capire quanto è grande l’amore che ci è stato dato.
Allora, in questa domenica dopo Natale, la Parola ci dice una cosa semplice e sconvolgente insieme: Dio è vicino. È vicino quando la vita è luminosa, ma anche quando attraversiamo le tenebre. È vicino quando lo riconosciamo, ma resta fedele anche quando facciamo fatica a credergli. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta.
Chiediamo oggi la grazia di accorgerci di questa presenza. Di riconoscere Dio che abita le nostre case, le nostre relazioni, le nostre fragilità. Di lasciarci illuminare da questa luce mite e perseverante. Perché il Natale non resti un ricordo, ma diventi uno stile di vita: vivere sapendo che non siamo soli, che Dio ha scelto di stare con noi, per sempre. Amen

