Luca 10,25-37 “Va’ e anche tu fa’ lo stesso” (chi non ama il fratello non ama Dio)
Carissimi fratelli e sorelle,
oggi il Signore ci dona un Vangelo che possiamo davvero chiamare cuore del Vangelo. In queste parole si concentra tutto ciò che conta, tutto ciò che salva, tutto ciò che ci dà vita. Tutto nasce da una domanda, che potremmo dire è la domanda più importante che ogni uomo porta dentro: “Maestro, che devo fare per avere la vita eterna?” Cioè:“Signore, che senso ha la mia vita? Cosa devo fare per essere felice, per essere pienamente me stesso?”
Sono interrogativi che risuonano nel cuore di tutti, anche nel nostro. Perché la vera povertà non è non avere una bella chiesa, ma non sapere perché si vive. E Gesù, che è la Verità fatta carne, risponde in modo diretto, semplice, chiaro: “Amerai il Signore tuo Dio… e il prossimo tuo come te stesso.”
Sì, carissimi, l’amore è il principio e la fine di tutto. Ma la novità cristiana è che questi due amori – per Dio e per il prossimo – non si possono più separare. Non si ama Dio se non si ama il fratello. Non basta dire: “Io prego, vado a Messa, amo Dio”. Gesù ci dice “Guarda come tratti il tuo prossimo, lì si vede quanto ami Dio davvero.”
La nostra piccola comunità, che da oltre venticinque anni prega in un umile container, sa bene che l’amore non dipende dalle strutture, ma dai cuori. Eppure, anche noi possiamo cadere nella tentazione di vivere la fede solo come devozione, senza lasciarci convertire davvero all’amore concreto.
E allora ci viene spontanea quella domanda: “E chi è il mio prossimo?” Cioè: chi merita il mio amore? Chi devo davvero aiutare?
Gesù, con la parabola del Buon Samaritano, ci risponde con chiarezza e ci spiazza. Chi si ferma ad aiutare il ferito non è il sacerdote, non è il levita, cioè quelli “religiosi”. Ma è un samaritano, uno straniero, un uomo ritenuto impuro. Eppure lui si ferma, ha compassione, si china, cura, paga, si fa carico. È lui il volto di Dio.
Gesù ci dice chiaramente che non basta appartenere a una categoria per essere giusti davanti a Dio. Non basta avere un abito religioso o dire tante preghiere. Conta se ti fermi davanti al dolore dell’altro.
Il Samaritano non si chiede: “È colpa sua?”, “Mi conviene?”, “Mi vedono?”. Si ferma, e ama. E in quel gesto si avvicina a Dio più di tanti altri.
Fratelli, sorelle, noi ogni giorno ci ritroviamo in questa nostra umile chiesa-container, dove celebriamo la Messa, adoriamo il Santissimo, e preghiamo con amore il Santo Rosario invocando Maria Santissima Regina della Pace. E proprio Lei, Maria, ci insegna con la sua vita che l’amore vero non fa rumore, ma si prende cura, intercede, si fa prossimità.
Oggi più che mai, in un mondo ferito da guerre, odio e divisioni, il Vangelo ci chiede di essere samaritani. Non servono grandi gesti. Basta fermarsi, ascoltare, tendere una mano. Basta cominciare da chi ci sta accanto: in casa, in famiglia, tra i vicini, nella nostra comunità.
L’amore parte da qui. E Gesù ci dice, con forza e dolcezza insieme: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso.” Subito. Ora. Non aspettiamo che sia tutto perfetto, che la nostra nuova chiesa sia finita, che il mondo cambi. Cominciamo noi.
Preghiamo oggi Maria Regina della Pace, perché ci renda capaci di amare così. Perché ci dia occhi per vedere il prossimo, mani per soccorrerlo, cuore per accoglierlo. E soprattutto, ci dia la grazia di non rimandare l’amore a domani, perché il tempo per amare è oggi. Amen.

